L’Opera galleggiante Festival 2010

E’ una tendenza alquanto funesta del nostro tempo credere che natura sia rêverie, pigrizia, struggimento. Jules Michelet

 

Se osserviamo il nostro territorio ci si accorge che troviamo il paese più che il paesaggio; luoghi che nei secoli si sono sviluppati sotto il profilo delle caratteristiche fisico–ambientali, delle forme di insediamento antropico e delle risorse economiche che, nella loro concretezza, misero in secondo piano la funzione estetica. Merlin Cocai testimonia delle città mediante le loro economie: “… Mantova sazia i suoi berrettai con carpe che sanno di fango, se vuoi mangiar fagioli vai a Cremona…”. Una pianura di genti, mestieri e antimestieri, di affare e malaffare, oggetti, prodotti, attività che soddisfacevano più la vista che il tatto e il gusto.

La campagna tra Oglio e Po ci scoppia negli occhi, l’opulenza del paesaggio ci seduce con i suoi verdi smaglianti; una food valley dai molti primati che ha usato le vie d’acqua per trasportare le proprie merci dove fiume e pianura sono un’unica ragnatela economica.

Genti da sempre intraprendenti: si narra che nel 1189, costruite ed equipaggiate due imbarcazioni (una a Cremona e una a Casalmaggiore), si avviarono per la crociata guidata da Riccardo Cuor di Leone.

La lettura olistica di questo microcosmo ci restituisce il duro lavoro che dava la misura dei giorni, la vita grama dagli orizzonti mentali chiusi, una cultura tramandata oralmente intrisa di saggezza ma anche di proverbi e superstizioni, di feste e di ritualità che recano ancora i segni del paganesimo. Fuochi fatui, spiritelli, “uomini neri”, il fiume che ogni anno reclama le sue vittime e presenze acquatiche come le russalke della campagna russa.

Un pensiero ed un’economia che hanno conformato anche l’architettura con meravigliose cascine e ville padronali. Un mondo, per quanto possibile, curioso non di veline tornisti e finta cultura ufficiale che, ora sì, fa imperare l’occhio sul resto dei sensi, ma di partecipazione alle lotte per un riscatto sociale e civile. Contastorie, letture nelle stalle di giornali o romanzi d’avventura e picareschi, rimari, proverbi pedagogici e di saggezza, lunari, contadini che cantavano arie d’opera e recitavano Dante e il ballo, medium perfetto di socializzazione. Di questo passato è rimasta come prodotto la ricchezza ma tutto si è appiattito, immalinconito. Un verso di Ardengo Soffici dice: “Peccato, la malinconia s’era invitata da sé”. Il dissolvimento del paesaggio, la frantumazione sociale, l’omologazione verso il basso del gusto intristiscono proprio quando il tempo liberato ci offre l’opportunità di recuperare quella cifra estetica un poco rimossa.

Con L’Opera galleggiante ci proponiamo di celebrare questo territorio per quel che è e per quel che è stato con spettacoli che ne restituiscano lo spirito da un lato e mostrino le criticità dall’altro. Una partecipazione attiva – non da sudditi – in cui impegniamo tutto noi stessi. Ammonisce Paul Claudel: “ Non applicare alla verità soltanto l’occhio ma tutto quello che tu sei senza riserve”. E allora il teatro sposerà i luoghi, i suoi abitanti con un cerimoniale che non potrà terminare se non con il piacere di vedere, annusare e gustare ciò che la nostra cultura materiale ha di meglio da offrire, mai come in questo caso dei veri produits identitaires.  La musica, in senso reale e figurato, come i fiumi, percorre e fa da trait d’union agli appuntamenti, come pure la presenza di alcuni temi che appartengono al nostro pantheon culturale.

L’ Enrico 4. di Michele Di Mauro, supportato dalle musiche di G.U.P. Alcaro, ci restituisce il capolavoro pirandelliano sul tema della follia: derisa nelle campagne ma anche temuta perché associata alla magia ed al potere divinatorio. Stasera Ovulo presenta il tema del desiderio di maternità, in un contesto dove la fertilità, per la quale sopravvivono ancora forme rituali e di superstizione, è tutto. Giorgio Conte regala un concerto che è un dialogo con la poesia di Guido Gozzano; l’ironia al limite del paradosso del poeta ed il suo microcosmo-rifugio difatti molto assomigliano alla semplicità di vita di certa nostra campagna. Diversamente Rivelazione di Anagoor indaga un paesaggio agreste avvolto nei suoi misteri leggendo le tele di Giorgione. Cinico jazz di Franco Maresco mostra come anche in ambienti rurali possa svilupparsi una musica, nata in contesti culturali molto lontani, grazie alla comunanza spirituale dovuta ai medesimi stenti e sofferenze. Donpasta con i suoi interventi musical-gastronomici testimonia  di un’altra eccellenza che solo in questi anni comincia ad essere apprezzata. Concluderà Pornobboy dei Babilonia Teatri, un oratorio sul deflagrare del mondo. Una denuncia ma anche un monito per ricordarci che, forse, con esperienze come L’Opera galleggiante è ancora possibile credere di poter cambiare la rotta di questa deriva. Pensiamo che il teatro, come la cultura, non è erudizione ma un modo d’essere che viene dal dare alla propria vita l’impronta dettata dalle forme di bellezza che si sono incontrate.

 

Giuseppe Romanetti

Direttore Artistico